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Cucina democratica

 

Questa settimana Internazionale dedica un articolo “Democrazia nel piatto” ai problemi economici ed etici legati al cibo. Il pezzo è di Frances Moore Lappé che ha scritto, nel 1971, il saggio Diet for a small planet”.

“Da anni mi chiedono se rispetto a quando ho scritto Diet for a small planet, nel 1971, le cose siano migliorate o peggiorate. La mia risposta è entrambe le cose. Come produttori, venditori e consumatori di cibo ci stiamo muovendo in due direzioni contemporaneamente. A livello mondiale i raccolti sono abbondanti, ma le persone che soffrono la fame sono diventate circa un miliardo. E un numero ancora più grande di individui ha abitudini alimentari pericolose (quattro delle dieci principali malattie mortali negli Stati Uniti dipendono in parte dalla dieta seguita). (…)

Ma esiste anche un’altra tendenza, che va verso una maggiore democrazia e un’agricoltura più in sintonia con la natura: è il food movement, il movimento globale per il cibo. Negli Stati Uniti si ispira al coraggio di intellettuali come Upton Sinclair e Rachel Carson, e da almeno quarant’anni sta guadagnando forza e respiro anche nel resto del mondo. Secondo alcuni, questo movimento è un fenomeno marginale, una conseguenza della mania della classe media per i mercati di produttori locali (farmers’ market), gli orti urbani e l’alimentazione sana nelle scuole.

Io credo invece che sia un movimento rivoluzionario guidato dai poveri del mondo (in Florida come in India), potenzialmente in grado di trasformare non solo il modo in cui mangiamo, ma anche la nostra percezione del mondo e di noi stessi”.

Alcune cosa da tenere a mente dell’articolo:

  1. Ossessione produttivista: il movimento globale per il cibo cerca di mettere in discussione una premessa sbagliata, cioè che il successo dell’agricoltura e la soluzione al problema della fame dipendano dal miglioramento delle tecnologie in grado di aumentare i raccolti di alcune coltivazioni. Questa è quella che chiamiamo “agricoltura industriale”, ma sarebbe meglio chiamarla “produttivista” – perché si concentra solo sulla produzione – o “riduttivista”, perché riduce tutto a un singolo aspetto. L’ossessione per la produttività di singole coltivazioni è antiecologica. Non solo inquina, indebolisce e distrugge la natura, ma non tiene conto del primo insegnamento dell’ecologia: le relazioni. Il produttivismo isola l’agricoltura dal suo contesto e dalla sua cultura.
  2. Chi se la passa meglio: il sistema alimentare mondiale rispecchia le regole (spesso non scritte) delle nostre società, che stabiliscono chi avrà la possibilità di mangiare e come se la passerà il nostro pianeta. Negli Stati Uniti queste regole rispecchiano sempre di più il progressivo scivolamento verso il “governo della proprietà privata”.

Ricordiamoci che anche coltivando, comprando, cucinando e mangiando cibo possiamo contribuire a cambiare il mondo.

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